STUDIO E LAVORO ovvero TEORIA E PRATICA

Ci stiamo avviando verso la conclusione dell'anno scolastico e vengono alla mente alcuni pensieri di circostanza.
25 anni fa ho iniziato la mia attività come artigiano nel settore delle macchine utensili ed un ottimo "vivaio" al quale attingere personale da inserire in aziende come la mia è sempre stata la scuola professionale, il "Vinci" per noi mantovani.
Da alcuni anni a questa parte noto,in questa scuola, un progressivo e costante peggioramento nella preparazione tecnico-pratica dei giovani mentre si è voluto a tutti i costi innalzare il livello culturale non specificatamente tecnico-scientifico, con risultati in netto contrasto con quelle che sono sempre state, a mio parere, le finalità della scuola professionale in genere. Mi sembra che in questo modo si sia creato un doppione dell'Istituto Tecnico, però in senso negativo, in pratica una brutta copia.
Siamo arrivati al punto che gli "specializzati" che escono oggigiorno dalla scuola professionale non sono molto più preparati, dal lato pratico, di un apprendista alle prime armi con la sola differenza che per legge, gli specializzati devono essere trattati di conseguenza, economicamente e con tutto ciò che segue, oneri sociali e così via.
Con gli attuali ritmi di lavoro imposti dal mercato e i costi esorbitanti che gravano anche sulle piccole aziende, che non hanno mai la possibilità di accedere a particolari trattamenti di riguardo, sta diventando sempre più difficlie inserire dignitosamente nel mondo del lavoro artigianale dei giovani con le attuali caratteristiche (conoscenze) di neo-diplomati e pertanto per costoro l'unica speranza sarà la grande industria o il terziario (più o meno avanzato) dove ben difficilmente avranno la possibilità di sentirsi veramente appagati e di far emergere le loro qualità: e a Mantova che prospettive ci sono?
Il tempo utilizzato nella scuola per presentare certe materie teoriche lontanissime dagli obiettivi che in genere si prefigge un ragazzo che si rivolge alla scuola professionale per sua scelta, a mio parere non viene impiegato correttamente; non si pensi che sia mia convinzione credere che chi si orienta verso una scuola di questo tipo sia una persona meno capace di chi sceglie invece un istituto tecnico o un liceo, tutt'altro e lo dico a ragion veduta, avendo quotidianamente sotto gli occhi degli esempi lampanti. Un ragazzo che sceglie la scuola professionale lo fa' perchè vuole essere preparato a realizzare qualcosa con le sue mani (anche con l'aiuto di una macchina) e molto probabilmente non vuole studiare certe materie teoriche, non per mancanza di intelligenza ma perchè le ritiene inutili o comunque fuori dai suoi interessi, ha bisogno di costruire qualcosa: teniamo presente che la mano è sempre guidata dal cervello.
Credo che questo sia anche il motivo per cui negli ultimi tempi c'è stato un progressivo allontanamento della popolazione scolastica dalla scuola professionale mantovana (parlo di quella mantovana perchè è quella più vicina a me).
Confermo quanto detto prima ribadendo che, per esperienza diretta, ho trovato che le ultime leve uscite dalla scuola professionale hanno dato risultati decisamente poco brillanti se non addirittura negativi.
Restando nel campo delle macchine utensili, che è quello che più interessa la mia attività, vorrei entrare maggiormente nel merito dell'argomento: ritengo che sia quasi inutile far imparare, nella scuola, la programmazione compiuterizzata ad una persona che non è in grado nemmeno di stilare un ciclo di lavorazione, che non sa cosa siano e che importanza abbiano i parametri di lavoro, che non conosce gli strumenti di misura e il loro uso.
L'insegnamento della programmazione CNC ha un senso se è rivolto a persone che hanno già una buona padronanza del lavoro, sanno valutare nel giusto modo quello a cui accennavo prima, i parametri di lavoro, che sa leggere un disegno e come realizzare quel pezzo meccanico, sa stenderne il ciclo di lavorazione:è a questo punto che ha senso l'insegnamento della programmazione compiuterizzata.
E' inutile voler pubblicizzare e promuovere un tipo di insegnamento che alla fine non può dare risultati sufficientemente apprezzabili: ritengo anche che l'insegnamento pratico dovrebbe essere demandato o almeno assistito in modo rilevante, da personale con alle spalle una notevole esperienza di lavoro pratico: non serve mettere un perito industriale o un ingegnere con la sola conoscenza scolastica della materia all'insegnamento di materie pratiche. Io non voglio assolutamente sminuire il loro valore, anzi, ma è praticamente impossibile che costoro riescano a trasfondere negli allievi, pur con tanta buona volontà, quelle tecniche e quegli accorgimenti che nascono solo da anni di esperienza e di contatto diretto con la produzione.
I tanto pubblicizzati stage ai quali vengono indirizzati a partecipare gli allievi, dovrebbero essere resi obbligatori anche per gli insegnanti perchè è risaputo che la scuola italiana, almeno relativamente alle conoscenze tecnico-pratico, arriva anni e anni dopo l'industria.
Torno a ripetere: in questo modo gradualmente, ma in modo piuttosto celere, non si avrà più la possibilità di iniziare i giovani verso il mondo del lavoro, le piccole aziende, le famose "fucine di formazione" professionale mano a mano chiuderanno (non capisco chi sia a volerlo) e tutti verremo assorbiti dalle linee di montaggio di mega industrie.
Senza essere nè psicologo nè sociologo mi pare che in questo modo si voglia bloccare nei giovani, gli adulti di domani, lo spirito di creazione, il piacere di poter dire: "questo l'ho fatto io": i tanto pubblicizzati e ricercati bricolages domestici che danno alla gente l'impressione di sentirsi realizzata, ne sono la riprova.
Infatti il professore di lettere, nel segreto della sua cantina continuerà a lavorare alla costruzione di trenini elettrici con risultati da fare invidia a un ferroviere esperto mentre il ragioniere, appena uscito dalla banca, si butterà a capofitto nella manutenzione e miglioramento delle sue moto d'epoca delle quali conosce vita, morte e miracoli... e così via: il senso innato di volere creare qualcosa, che è in tutti noi, nella scuola professionale dovrebbe essere aiutato a svilupparsi ma purtroppo mi pare che non sia più così.
Quando tutti saranno tecnici sulla carta, ragionieri o letterati, correremo il rischio di diventare schiavi di un altro popolo che sa lavorare e la nostra sola teoria ci servirà a ben poco: dopo la progettazione, l'auto viene costruita grazie all'apporto pratico di centinaia di tecnici esperti mentre per stilare il bilancio di un'azienda di mille e più persone bastano due ragionieri, o forse anche solo uno.

 

per arcoNewsPiccolo.gif (1488 byte)
GIANNI BARACCHI

San Giorgio di Mantova, 1/5/2000